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Con un’andatura lenta, lentissima, anzi veloce.
Così passano i viaggiatori della Galleria.

Una Galleria del vento? Forse, dove chi si muove tra i flussi, quasi trascinato da un vortice di cui egli stesso rappresenta involontariamente il vertice.

Sembrano viaggiatori i passanti in Galleria.
Viaggiatori strani, senza bagagli…
Sembrano perché pare che -dal loro passo- abbiano un appuntamento urgente da raggiungere, un obiettivo da cogliere, un orizzonte da inseguire.

Hanno tutti una gran fretta insomma. C’è, forse, un treno da prendere, una nave che salpa, una vettura ad attenderli?
Non è dato sapere.

Tanta e tale fretta nasconde qualcosa, forse la vera natura del passeggio, del piacere di perdersi, di concedersi allo smarrimento come rifiuto nei confronti della destinazione già decisa?
Come scacco al programma previsto?
Perchè passeggiare implica un significato ricreativo in vista di una scelta: essere senza meta non significa essere senza mete, significa solo essere eternamente occasionali.

Si entra così in Galleria, in fondo per non uscirvi. Qui si situa la differenza tra la Galleria e un tunnel. Perché solo nella prima la vita, direbbe Pessoa, “è un viaggio sperimentale fatto involontariamente da dove si ritorna stanchi dopo un sogno”.

Camminare in Galleria è una manifestazione un po’ pubblica e un po’ privata.
L’andatura diviene defilè del corpo per insinuare anche sul piano fisico il bisogno di fare e farsi vedere, alla ricerca forse dell’incontro perduto.
Eppure, in Galleria si dovrebbe rallentare il passo. Per mutarlo in mentale e consapevole rapporto con la superficie, sintonizzandosi con il volume della storia che, non di rado, solo si sente senza ascoltare.

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Da La Galleria di Milano Lo spazio e l’immagine a cura di Massimiliano Finazzer Flory e Silvia Paoli, 2003 Skira