Sono un’appassionata delle mostre che espongono un’unica opera.
Trovo infatti che per un visitatore, soprattutto quello meno esperto, confrontarsi con un’unica opera costituisca un approccio più facile alla sua fruizione, alla sua comprensione.
Avere, infatti, la possibilità di conoscerne la storia, gli antefatti, le vicissitudini che hanno portato alla sua realizzazione è una maniera privilegiata per poterne meglio apprezzare il valore da un punto di vista storico, artistico, culturale oltre che meramente estetico.
I milanesi, ormai da dieci anni, possono approfittare della generosità e lungimiranza di amministratori che ritengono l’Arte un buon mezzo espressivo per dialogare con i cittadini, ma anche un’ottima vetrina per far risaltare la vitalità della città.
Decima edizione, quindi, dell’esposizione di un’ Opera Unica, ospitata a Palazzo Marino.
Fino al 14 gennaio all’interno della prestigiosa Sala Alessi si può ammirare la Pala Gozzi, una grande tavola a carattere religioso, tecnicamente definita Sacra Conversazione.
Realizzata dal pittore Tiziano nel 1520, come il cartiglio, ben visibile nella parte bassa del dipinto, ci ricorda. Opera voluta da un ricco commerciante ragusano (proveniente cioè dall’attuale Dubrovnik), Alvise/Luigi Gozzi, che volle farne dono alla chiesa di San Francesco Ad Alto di Ancona, dove si era trasferito.
Cosa ci può raccontare, quindi, quest’Opera?
Intanto ci dà modo di conoscere meglio il grande pittore Tiziano… Sappiamo, ad esempio, che nel 1520 egli ha all’incirca trent’anni (la vera età, a quell’epoca, risulta ancora dubbia, poiché, si racconta, che egli sostenesse di essere più vecchio di quanto fosse nella realtà, forse per aumentare il suo prestigio.
Ma già nel 1520 Tiziano aveva acquistato una certa fama. A Venezia, dove si era trasferito, aveva imparato dai più grandi: Giorgione e Giovanni Bellini, e, alla morte di quest’ultimo, nel 1516, ne prenderà il posto, in qualità di pittore ufficiale della Serenissima Repubblica di Venezia.
Se infatti, altri grandi pittori (come Sebastiano del Piombo, Raffaello, Michelangelo) avevano deciso di trasferirsi a Roma per trovare onori e fortuna, lui decise, invece, di lavorare soprattutto a Venezia dove potè trovare la sua strada senza troppo sgomitare. Lucido e ben consapevole delle sue capacità si farà presto notare e apprezzare da importanti personaggi come Alfonso d’Este, duca di Ferrara, ma soprattutto da Carlo V, re di Spagna e futuro Imperatore del Sacro Impero, cosí come dal successore di quest’ultimo, il figlio Filippo II,e per i quali realizzerà ritratti e dipinti importanti.
Queste notizie ci permettono di inquadrare meglio anche il committente del quadro in questione, Alvise Gozzi. Possiamo immaginare quanto sia stato ricco e facoltoso se poté avvalersi dell’opera di un pittore già cosí importante e, certamente, oneroso. Ma il ricco dalmata non volle badare a spese forse per ringraziare la Madonna dopo una grazia ricevuta. Nel 1520 Dubrovnik era stata, in effetti, colpita da un terribile terremoto e lo scampato pericolo giustificherebbe l’importante committenza.
Lo vediamo, Alvise o Luigi, rappresentato, all’interno del quadro, nella disposizione classica del committente, lateralmente e inginocchiato; i suoi tratti somatici però ci fanno intuire e ipotizzare un carattere fiero e determinato.
Dietro di lui San Biagio, patrono della città di Dubrovnik, città natale di Alvise Gozzi, nell’atto di indicargli la Madonna. Dall’altra parte San Francesco, a cui la chiesa destinataria della tavola era dedicata, col saio e le stigmate. Sullo sfondo la città lagunare di Venezia. Forse il committente sperava in una sorta di triplice alleanza delle tre città simbolicamente rappresentate, Venezia, Ancona e Dubrovnik, come lascerebbe intendere la presenza di un ramo di fico in basso. Il fico, infatti, biblicamente significava “riparo”, “rimedio”; e simboleggiava pace e prosperità.
Per quanto trattasi di un lavoro ancora giovanile, la maestria di Tiziano è ben evidente dallo splendido tramonto che avvolge tutta la composizione e dal gioco di sguardi incrociati di tutti i personaggi, con il bambino che guarda inevitabilmente all’esterno del quadro, verso di noi.